Prologo
Roma, mercoledì 25 aprile
Ore 23.00
L’icona cominciò a lampeggiare pochi secondi dopo il bip che indicava le 23:00. Marco continuò a buttare un occhio a quella piccola figura per
quasi un minuto. Non voleva interrompere ciò che stava facendo,
eppure doveva farlo. Aveva provato altre volte, ma la curiosità alla fine aveva sempre la meglio.
Il potere di quel movimento quasi impercettibile era immenso.
Bip, Tump. Bip, Tump.
Sembrava di sentire il rumore della figura che si scontrava col vetro del monitor, a tempo con la batteria. La musica nelle cuffie era appena percettibile, ora che aveva abbassato il volume.
Era impossibile ignorarlo: se non puoi batterli, unisciti a loro.
Se non puoi farne a meno, leggi quella dannata email!
Mosse la mano destra, poi l’indice. Un clic sulla barra delle applicazioni,
il client di posta elettronica che riempie lo schermo. Gli occhi che si precipitano sulla barra blu, poi sul campo Mittente, poi sul campo
Soggetto. Sotto due cartoline di auguri pasquali che potevano
attendere, c’era qualcosa.
“Re: Invio sinossi”.
Doppio clic.
“Egregio Sig. Ventura, la ringraziamo per la preferenza accordataci, ma l’ambientazione…”
Ancora! Quella storia dell’ambientazione americana sembrava perseguitarlo.
“La maggior parte dei romanzi che ci pervengono”, si era sentito rispondere da un addetto ai lavori durante la presentazione del nuovo romanzo di un comico televisivo, la settimana precedente, “è costituita da thriller ambientati in USA… ci dispiace doverle dire di no. Il suo sembra avere
tutte le carte in regola ma… se volessimo pubblicare un romanzo
ambientato a New York lo andremmo a comprare a New York, non crede?”
No, lui non lo credeva. Ci sono autori di mezzo mondo che ambientano le
loro storie a Firenze, o Venezia, o Roma, e magari la loro conoscenza dello Stivale è limitata a una settimana di primavera, passata a inseguire una guida con l’ombrello rosso in mano, che urla in lontananza per coprire il brusìo dei giapponesi del gruppo accanto.
Marco Ventura era stanco di quelle risposte.
Aveva dovuto accettarne tante, aveva provato a limare i romanzi che
aveva già pronti, ma solo per ricevere nuovi rifiuti, appena più motivati
dei precedenti.
“Romeo, gattaccio mio, neanche stavolta c’è andata bene!”
Il gattaccio in questione si stirò, emettendo un lungo verso lamentoso, quindi si allontanò senza degnare il suo padrone di uno sguardo.
Pochi croccantini, stamattina, bastardo a due zampe!
Seguì il gatto con gli occhi per la breve distanza che lo separava dalla
porta, quindi tornò a concentrarsi su quella email. Un nuovo clic, trascinamento, deposito nella cartella Risposte degli editori, finora piena
di frasi di circostanza, e di qualche raro suggerimento.
“Andate tutti a fanculo, non vi meritate nulla!”
La voce di Marco era vagamente distorta, doveva smetterla di bere dopo cena. Reggeva bene l’alcol, ma gli metteva una certa sonnolenza e accorciava la durata delle sue sessioni creative in modo sensibile. Quella sera non sarebbe riuscito a continuare in ogni caso, non dopo quella
nuova delusione.
Si trattenne a stento dal compiere gesti di cui si sarebbe pentito il giorno dopo, voleva spaccare qualcosa, lasciare andare la rabbia: alla fine decise che ne avrebbe approfittato in modo costruttivo, non poteva andare a dormire con quella carica in corpo.
Guardò la cartella in basso a destra, quella dei nuovi progetti.
C’era una cosa con cui si baloccava da tempo, il titolo provvisorio era “Missione: Carta Stampata”.
Tre ore dopo, con gli occhi gonfi di sonno, spense finalmente il computer. Era da parecchio che non sfoggiava un sorriso così soddisfatto.
Roma, giovedì 26 aprile
Ore 20.45
L’aria della sera era frizzante, malgrado la primavera fosse arrivata da settimane. Sistemandosi la cravatta, l’uomo scese dalla propria Mercedes, lasciandola in uno dei pochi parcheggi liberi.
Si guardò intorno, quindi si avviò verso la birreria.
Il nome del locale era Green Parrot, un pappagallo verde faceva mostra di sè sull’insegna luminosa. A Terenzio Baracco quel posto piaceva, schermo gigante e birra a prezzi ragionevoli.
La Lazio era la sua amante, non c’erano antenne satellitari che potessero sostituire il calore di venti persone appassionate come lui: sua moglie aveva smesso di chiedergli perché non guardasse le partite da casa.
Sedette al tavolo che aveva prenotato qualche giorno prima, in attesa dell’arrivo del suo amico Stefano. Erano cresciuti insieme, a poche centinaia di metri da dove si trovava ora. Ricordava ancora le domeniche all’Olimpico, con le mamme e i papà, a sostenere gli aquilotti negli anni bui della serie B: anni che ormai sembravano appartenere a un incubo lontano nel tempo e nella memoria.
Via Ottaviano era ancora illuminata dalle luci dei negozi.
Terenzio uscì fuori per un’ultima sigaretta, preoccupato per il ritardo dell’altro.
Uno squillo sul cellulare.
“Ma come non puoi? Sei un sòla, Stefano! Spero che facciano sei gol, e che sia una partitona! Vabbe’, se vedemo alla prossima, dai…”
Chiuse il telefono con una bestemmia.
“Tere’, quasi non te riconoscevo, ma dopo ‘sto moccolo m’hai tolto er dubbio… mortacci tua, come stai?” disse un ragazzone gonfio di muscoli, la testa rasata coperta da un berretto della Lazio con la visiera calata sugli occhi.
Terenzio guardò il nuovo arrivato. Se non lo avesse chiamato per nome lo avrebbe già preso a male parole e forse avrebbe fatto un passo davvero pericoloso, ora che lo osservava bene.
“Bene, ma tu chi sei?”
“Come chi so? A Tere’, con l’età me te stai a rincojoni’…”
Quando l’altro si tolse il berretto, Terenzio Baracco fece un balzo indietro nel tempo che per poco non lo fece cadere a terra.
“Franco er Micione? Non ce posso crede! Che cazzo de serata… eh, già, sei de la Lazio pure te! Come stai? Entra dentro, che c’ho un tavolo prenotato e l’amico mio stronzo ha detto che non viene…”
Dopo il primo tempo, passato a raccontare oltre vent’anni passati senza vedersi, uscirono per fumare.
“’Sti sfaticati stanno a vince pe’ culo, meno male… senti, Micione… che frequenti ancora gente come Paoletto e Gramigna?”
“No… gente mejo de loro, quelli crescendo so’ diventati de ricotta. Perché, te serve quarche lavoretto?” disse Franco ammiccando.
Terenzio aveva parlato del proprio mestiere, faceva l’impiegato di banca, il lavoro di suo padre prima di lui.
“Si” fu la risposta.
Divenne serio anche Franco.
“L’avevo detto pe’ scherza’, figurete… senti, ne parlamo dopo la partita, che qua ce stanno troppe recchie lunghe…”
Sul due a zero, a dieci minuti dalla fine, decisero che potevano lasciare il locale senza il rischio di perdersi un momento storico per la squadra biancazzurra. Si avviarono verso Viale Giulio Cesare, quindi sedettero su una panchina, in modo da poter controllare con lo sguardo ogni cosa si avvicinasse loro.
Parlarono fittamente per quasi un’ora.
“Tere’, allora se beccamo a fine giugno pe’ mette a punto i dettagli” disse Franco.
“Prima però annamo a fa’ un giro… te va de fa er puttan tour che facevamo da ragazzini, però co’ ‘na macchina seria?” propose Terenzio.
La Mercedes sfrecciò veloce per il Lungotevere, fino a Ponte Milvio. Poi lasciò la zona residenziale del Flaminio per entrare nella parte meno frequentata, vicino ai campi sportivi. Videro donne bellissime offrire il loro corpo in mezzo alla strada, automobili da decine di migliaia di euro usate come postriboli, uomini che litigavano, schiamazzavano, se le davano di santa ragione alla luce dei lampioni. La solita Roma, quella che non dorme mai, pronta ad accoglierti tra le gambe per non lasciarti più andare via.


